Recenti sviluppi in casa Meta hanno destato preoccupazione tra esperti e attivisti. La decisione di smettere di utilizzare i fact-checkers di terze parti potrebbe rappresentare un’importante apertura alla disinformazione e all’odio sui social media. Con questa mossa, Meta sembra voler passare la responsabilità di identificare le notizie false agli utenti, un cambiamento significativo nel modo in cui vengono gestiti i contenuti su piattaforme come Facebook e Instagram.
La decisione di Meta di abbandonare il programma di fact-checking, avviato nel 2016, ha sollevato interrogativi sulla sicurezza online e sull’affidabilità delle informazioni. Gli esperti avvertono che senza un’adeguata moderazione, la disinformazione potrebbe diffondersi più facilmente, influenzando non solo le conversazioni online, ma anche la realtà quotidiana. Il passaggio a un sistema di moderazione crowdsourced, simile a quello di Twitter, non sembra rassicurare chi teme per l’integrità delle informazioni disponibili.
Le reazioni a questa decisione non si sono fatte attendere. Angie Holan, direttrice dell’International Fact-Checking Network, ha sottolineato che l’assenza di moderazione professionale rende più facile la diffusione di contenuti fuorvianti. I critici si chiedono se questa scelta sia stata fatta per favorire interessi politici, con il fondatore Mark Zuckerberg che ha citato la necessità di favorire la libertà di espressione. In un contesto in cui le false notizie possono avere implicazioni enormi, l’industria del tech è chiamata a riflettere sulle sue responsabilità.